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Chocolat

Recensione: Chocolat Una donna e una bambina arrivano nel villaggio di Lansquenet come un suono di campanelle, come una folata di vento di primavera. Vianne, la madre, è bella e fiera, vivace e libera; Anouk, la figlia, porta con sé tutta la festa e la fantasia dei suoi piccoli anni e un compagno invisibile al mondo, Pantoufle: un coniglio dai lunghi baffi che la segue ovunque. Vianne e la piccola prendono posto in una panetteria in disuso, che in poco tempo diventerà La Celeste Praline: un'invitante pasticceria proprio di faccia alla chiesa del paese. Paese fermo nel tempo e soltanto animato da movimenti fissi, prestabiliti, scontati, leciti, ai quali sembrano sconosciute la fantasia, l'improvvisazione e la novità. Ogni persona è legata al proprio stereotipo e intorno a quello si muove senza mai tradirlo. Mentre Vianne dà forma e colore alla vecchia panetteria trasformandola in un locale accogliente e gioioso in cui impera il cioccolato in tutte le sue varietà, intorno a lei cominciano a ruotare personaggi indimenticabili. Sono Armande Voizin, vecchia dall'irriducibile voglia di vivere, irridente, avida di dolciumi, piena di desideri, ancora capace di sperare; suo nipote Luk, oppresso da un'invincibile balbuzie e combattuto tra il dovere di un'obbedienza cieca alla madre, rigida e vestita di falsa dolcezza, e l'impulso che lo spinge a condividere lo spirito di libertà e l'arguzia della nonna; il vecchio Guillaume, con i suoi occhialetti, il suo decrepito cane e quella gentilezza d'animo che si esprime nella dolcezza dello sguardo e delle parole; Roux,"Il Rosso", lo zingaro fiero e selvaggio la cui barca è stata data alle fiamme; Josephine, che ruba perché il marito la riempie di botte e cammina curva, coi pugni affondati nello stomaco. Questa girandola di avventori diventa quasi la famiglia di Vianne. Dall'altra parte della piazza, si potrebbe dire all'altro capo del mondo, c'è il giovane prete del villaggio, che si rivela nei monologhi col suo vecchio predecessore malato e ormai privo di conoscenza. Gli racconta le cose, la gente del paese, la nuova arrivata, donna senza fede e senza Dio, con quella sua figlioletta selvaggia. Gli dice il suo malessere, gli parla come a se stesso perché proprio a lui, tagliato fuori da ogni contatto, dal profondo della sua densa solitudine, chiede di insegnargli a comunicare e a sperare. E' un uomo severo il giovane prete, votato a un Dio che ama ma più ancora teme. E' un uomo duro e spaventato che dietro il rigore morale lascia intravedere una colpa che solo alla fine della storia sarà svelata. Non concepisce che tribolazioni e penitenze, umiliazioni per il corpo, digiuni e fatiche, dominio sulle anime dei parrocchiani che vuole integri e lontani dalle tentazioni. Così vuole estirpare dal cimitero le erbacce, quella selvaggia vitalità di colori e profumi: il lilla della lavanda, il blu dei cardi selvatici, la salvia purpurea, e raddrizzare la natura in una forma regolare e prevista, ordinata e domata, allineando le piante e addomesticandole. Allo stesso modo vuole controllare la vita dei compaesani, la maggior parte dei quali vive in modo conforme alle sue regole. Esse li terranno lontani dal diavolo, se sapranno obbedire alla sua guida di pastore che sistematicamente si oppone a tutto ciò che può dare piacere.

Vianne con la sua personalità esuberante e generosa, i capelli sciolti e i vestiti colorati, Vianne che parla di felicità e sa inventare sapori sempre più seducenti col suo cioccolato, che concepisce addirittura l'idea di un "Grand Festival du Chocolat" proprio in occasione della Santa Pasqua; Vianne che ha portato lo scompiglio, la divisione e il disordine nel paese… è la nemica da combattere e da espellere, incarna la negazione dei valori tradizionali, della religiosità, della moralità, del timor di Dio. Il prete vede un che di guasto nella sua bellezza e libertà, così come nel concentrato di dolcezze che La Celeste Praline offre. C' è una promessa del proibito. E c' è qualcosa di corrotto nei suoi modi, nel suo attirare la gente: c'è magia, stregoneria. Così i due, il prete e la forestiera, sono gli antagonisti intorno ai quali ruota la vicenda: i due poli opposti che dividono il villaggio e scatenano gli animi. E' un personaggio pieno Vianne. E' stata bambina nomade e ci mostra, con frequenti digressioni al passato, se stessa piccola, con una madre che viveva più in un suo mondo favoloso che nella realtà, che ogni sera sul letto di qualche anonima camera d'albergo faceva le carte e così spesso vi leggeva la morte. E allora fuggiva. Una madre che le aveva lasciato in eredità la facoltà di intuire oltre le cose: di vedere indietro fatti avvenuti che apparivano come lampi di verità sconosciute; di indovinare, avanti, volti e situazioni che si manifestavano con un pensiero fugace ma netto.

Una madre che le aveva trasmesso l'amore per i posti nuovi e quello spirito zingaro che le aveva portate a non avere mai casa, ad essere sempre in giro per l'Europa e anche oltre, a fermarsi in un posto soltanto per un mese o una settimana e infine a dover scappare con il sole, non appena le ombre prendevano il posto della luce. Senza documenti, senza biglietto per il treno, con nomi sempre nuovi. Allora lo spirito gitano assomigliava più alla paura che all'avventura. Scappavano dall'Uomo Nero, diceva la madre, che era forse quel prete he voleva convincerla a lasciare la sua bambina alle suore perché lei era indegna. O dalla morte? Dal cancro che cresceva nel suo corpo e che lei credeva di poter ingannare fuggendo? E' così che pure alla piccola Anouk Vianne ha imposto finora continue fughe: anche lei dietro al radiosità del volto è perseguitata dal suo Uomo Nero. E' il prete del villaggio? E' la paura costante di perdere Anouk? Vianne è una figura complessa, a tutto tondo. Finora sempre in fuga dagli amori, dalle amicizie e dai luoghi, ora tesse legami, offre una coraggiosa ospitalità a Josephine e al tempo stesso sente di doversi armare di tutto il suo coraggio per sostenere lo sguardo del prete. Proprio mentre gli sorride qualcosa, nel profondo del suo essere, le grida di fuggire. Canta con Anouk e intanto la colpisce dolorosamente la presenza, accanto alla bambina, di Pantoufle, espressione della sua mancanza di legami stabili e del suo bisogno di un amico che non cambi come cambia il vento.

Mentre guarda la sua bambina intenta a giocare, o a dormire, o a cantare si fa strada in lei un pensiero, che nasce da uno sguardo gettato con dolcezza al tavolo della sua cucina: un vecchio tavolo che sta lì da chissà quanto tempo, tutto segnato da cicatrici inferte da coltelli, bicchieri... Un tavolo con una storia. Sopra di esso, stoviglie approntate per il pasto, allegre nel loro disordine, tutte "sue". Le sente così, lei che non ha mai avuto niente e che valuta ancora il possesso come una cosa "esotica", inebriante. Invidia al tavolo in suo tranquillo, naturale senso di appartenenza a quella cucina. Avverte la stanchezza del cambiamento, sempre uguale a se stesso pur nel suo vorticare. E' stanca di sentirsi straniera e intrusa: sradicata come un fantasma, un corpo senz' ombra. Mentre il prete con ottuso rigore si tiene lontano dalla Celeste Praline, perché basta una fessura al diavolo per piantare le sue radici, Vianne sente tuttavia il vento che gira e la chiama. Dove? Non lo sa. La piccola Anouk però ha bisogno di lasciar crescere le proprie radici. Il cielo e la terra, il vento e gli alberi, la fuga e il coraggio di restare. Si fermerà Vianne per stavolta? O partirà ancora?

PollyAnna





 

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