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Surf: alla ricerca dell'onda perfetta

Chi è stato il primo surfista della storia?
A quale polinesiano è venuto in mente che il mare, ritmica culla e bestia impazzita, potesse essere cavalcato- come gli europei, dall'altra parte del mondo, domavano il cavallo? James Cook nel 1777 vide un Tahitiano scivolare sulle acque grazie a un'agile canoa, e annotò sul diario di bordo: "Mentre osservavo quell'indigeno penetrare le lunghe onde a largo di Matavai Point, non potevo fare a meno di concludere che quell'uomo provasse la più sublime delle emozioni nel sentirsi trascinare con tale velocità dal mare". La sua meraviglia crebbe ancora di più quando l'anno successivo, approdando ad Hawaii, si imbatté nei primi surfisti che la storia ricordi: si libravano sull'Oceano con leggerezza e apparente facilità, in equilibrio su tavole lunghe oltre cinque metri e pesanti più di settanta chili.

Per motivi legati alla prestanza fisica e al prestigio sociale, la pratica del surf era allora riservata a pochi eletti: i re ed i loro pupilli, che guadagnavano lo status di "capi" grazie alla loro resistenza. Il surf, oltre ad essere un simbolo di potere, permetteva loro di diventare ancora più robusti e vigorosi in modo da poter essere punti di riferimento sicuri nel caso di minacce esterne. Il surf non era una semplice pratica, ma contemplava aspetti di una sacralità che ai giorni nostri sarebbe bello recuperare: il vero surfista nutre il più profondo rispetto per il mare, col quale ha l'occasione di costruire una complicità che non dovrebbe diventare una sfida; per la natura, della cui armonia entra a fare parte; per la propria stessa vita, che non va messa inutilmente a repentaglio.

"Ci avete messo tanto ad imparare?" chiedo a tre amici, che mi parlano della loro vacanza a Fuerte Ventura mentre mi mostrano le foto. "Ad imparare veramente- risponde Seba- ci vuole tutta la vita. Sali sulla tavola, aspetti l'onda e vai: per i primi tre anni non puoi fare altro, il virtuosismo viene molto più tardi! Così ti dicono i locali. Dopo appena un giorno, però, stavo già in piedi...". " Alle volte purtroppo- interviene Thazy- restare in equilibrio è una parola. L'Oceano non è certo il mare, i cavalloni raggiungono altezze incredibili. Mi sono ritrovato a precipitare dalla cresta di un'onda che sarà stata alta tre metri: per fortuna sono caduto sull'acqua, e ti assicuro che anche così l'impatto è stato durissimo. L'importante è conoscere i propri limiti, non sfidarli oltre misura: io solo quest'anno, dopo tre estati che faccio surf, ho iniziato a tagliare le onde, cosa ben più difficile. Possono essere violentissime: pensa che hanno spezzatola tavola di Cq! Non potevamo crederci. Non siamo dei pazzi, non c'erano scogli nei dintorni: è stata tutta opera dei cavalloni..." "Eppure- dice Cq- ne vale la pena mille volte: ci sono momenti in cui ti senti veramente vivo, completamente presente al qui e all'adesso.

Sono sulla tavola: già dopo pochi giorni, non cado più con la facilità estrema dei primi tentativi. Il sole volge al tramonto, siamo rimasti in pochi e le onde cominciano a farsi un po'più grosse, un po'arrabbiate. Sono entrato nel loro ritmo: so che arrivano quattro a quattro. Ecco, l'acqua si gonfia all'orizzonte. Se quest'onda mi travolge, mi ritroverò sotto. Annasperò per un bel pezzo, tentando di respirare fino a quando non sarà passata anche l'ultima delle sue sorelle. Se la perdo, quest'onda qui non tornerà più. Ce ne saranno altre ma dovrò aspettare, e non saprò mai come mi avrebbe fatto volare questa. La mia testa è vuota: per un momento il mio io è sospeso, non sono che un punto, non sono nient'altro che concentrazione. Sono un tutt'uno con il mare, con quest'armonia misteriosa e violenta. Mentre aspetto, non esistono pensieri: ecco che arriva. In un baleno dentro di me panico, adrenalina ed entusiasmo si confondono. La so prendere, mi solleva, è la cosa più emozionante e più facile del mondo. Dura un istante, ma quando sono sulla cresta per un attimo mi sento veramente al massimo. Al mondo non ci siamo che io e il mare.".

SteppenWolf



 

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