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1984 for the love of big brother

Recensione: 1984 for the love of big brother

Le dissonanze di For the love of the Big Brother, album composto dagli Eurythmics nei primi anni Ottanta, sarebbero state un’ottima colonna sonora per il film 1984: lo pensavano anche i componenti del gruppo, che avevano creato le canzoni proprio a quello scopo, su commissione della Virgin Films. Radford, il regista, quando seppe di questa decisione si dimostrò contrariato e poco entusiasta del lavoro della band; tra l’altro, aveva già commissionato la musica a un’altra orchestra. Alla fine furono fatte due versioni del film: una con la colonna sonora degli Eurythcmis; l’altra, quella che uscì nelle sale cinematografiche, con la musica voluta da Radford. Quest’ultimo, in seguito, ammise pubblicamente di essere pentito di aver sottovalutato il valore artistico dei pezzi di Lennox e Stewart, i componenti del duo. Il pezzo è un capolavoro del “synth pop”, in cui la voce gelida e suadente di Annie Lennox si intreccia in nodi volutamente discordi con sonorità tribali ed elettroniche. Molte delle tracce sono esclusivamente strumentali: si pensi alla dura “I did it just the same”, il cui titolo ricorda l’episodio in cui Wiston ha un rapporto sessuale con una prostituta che da lontano sembra giovanissima, ma vista da vicino è sciatta, piena di rughe ed avrà almeno sessant’anni. Ma lui, a quel punto, decide di non tirarsi indietro e “lo fa lo stesso”. Anche i testi richiamano situazioni e stati d’animo tratti dal libro di Orwell. Lo struggente “Julia”, per esempio, è il nome della ragazza amata da Wiston: un legame intessuto di precarietà, la stessa delle foglie che in autunno lasciano nudi i rami per andare a formare un friabile, quanto fragile, tappeto sul terreno.

“Sexcrime”, più grinotsa, è piena di voglia di fuga ma specialmente di rivincita su quell’occhio che tutto vede: racconta il progetto, che è più che altro un desiderio che il grigiore quotidiano non ha spento, di demolire pezzo per pezzo il muro della grigia stanza che sembra una cella e di fare nul muro un grosso buco, proprio lì dove la telecamera è solita indugiare col suo sguardo invadente e indagatore. Il titolo è un esempio di Newspeak, il “nuovo linguaggio” ideato dal regime, che si propone di eliminare ambiguità e sfumature per rendere impossibile la concettualizzazione e quindi il pensiero. Ne è un altro esempio “Doubleplusgood”, in cui campeggia una monotona voce metallica, onnipresente nel libro e nel film quale portavoce dei voleri e delle esortazioni del Grande Fratello. Il brano più angosciante è “Room 101”, le cui sonorità riproducono il dolore senza tregua della stanza delle torture.

E’ un vero peccato che il film di Radford non sia accompagnato da questi brani, di alto livello artistico e dotati di un’incredibile capacità di riprodurre l’atmosfera che permea il libro di Orwell; ciò non impedisce, però, che possano fare da sottofondo a una lettura, o a una rilettura, di un libro intramontabile e purtroppo, nella nostra epoca, ancora molto attuale.

SteppenWolf







 

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